Se il coronavirus è la fine del mondo di Morselli

Foto di Carmelo Battiato.

La fine del mondo?
Uno degli scherzi dell’antropocentrismo: descrivere la fine della specie come implicante la morte della natura vegetale e animale, la fine stessa della Terra. La caduta dei cieli. Non esiste escatologia che non consideri la permanenza dell’uomo come essenziale alla permanenza delle cose. Si ammette che le cose possano cominciare prima, ma non che possano finire dopo di noi.

Scrive così Guido Morselli nel suo romanzo pubblicato postumo nel 1977, Dissipatio H.G., dove H.G. sta per Humani Generis. La dissoluzione del genere umano, secondo Morselli, non coincide con quella del creato.

Andiamo, sapienti e presuntuosi, vi davate troppa importanza. Il mondo non è mai stato così vivo, come oggi che una certa razza di bipedi ha smesso di frequentarlo. Non è mai stato così pulito, luccicante, allegro.

C’è da dargli ragione, a giudicare dal drastico calo della percentuale di inquinamento che la nostra quarantena forzata ha prodotto in Italia. Un calo che si è registrato dopo meno di due mesi dal primo provvedimento restrittivo che ha interessato i Comuni del Nord, e a distanza di qualche settimana dal decreto che ha intimato a tutti gli italiani di restare chiusi in casa.

Fine del mondo o del genere umano?

Copertina Dissipatio H.G.

Certo, è un paradosso che per ristabilire la sostenibilità ambientale i “bipedi” debbano togliere il disturbo. Nemmeno gli ecologisti gioirebbero, consapevoli del fatto che l’immunità di gregge, semmai ci dovesse essere, potrebbe condannare loro e risparmiare la gran parte del genere umano responsabile di aver insozzato il pianeta. E poi, anche sforzandosi di voler riconoscere qualche merito al coronavirus come ramazza che pulisce il globo, ci si riesce a fatica. Suona troppo ingiusto e perfino blasfemo per le tante, troppe vittime che non facciamo in tempo a piangere che se ne aggiungono altre. Sarebbe una sciocchezza, un po’ come quella che sosteneva Filippo Tommaso Marinetti nel suo manifesto del Futurismo, glorificando la guerra “sola igiene del mondo”. Perché il Covid-19 è il nemico contro cui stiamo combattendo la più dura delle nostre battaglie. Forse non è la fine del mondo, ma ci assomiglia, checché ne possa dire oggi un redivivo Morselli.

Se Morselli avesse conosciuto Karpinsky nella vita reale

Guido Morselli, comunque, non si era arreso alla solitudine del protagonista di Dissipatio H.G., ultimo sopravvissuto sulla faccia della terra, né alla magra consolazione di una natura florida a dispetto della scomparsa dell’uomo. Almeno nella finzione letteraria aveva eretto una barriera contro la voragine che, invece, nella vita reale, l’aveva spinto a suicidarsi sparandosi il 31 luglio 1973 con la sua “ragazza dall’occhio nero”. Probabilmente perché nella vita reale non aveva incontrato il dottor Karpinsky.

È Karpinsky che aspetta me. Sono io che lo faccio aspettare equivocando sul suo appello. Lo cerco in templi di legno o di pietra, quando il suo senso del divino spaziava libero e vasto. In clinica il personale se lo figurava diacono o sagrestano, quando lui la Comunione poteva andarla a trovare negli occhi di un’amante. Chi aspetta, è lui, e è lui che è deluso; del mio conformismo. Ma non tanto deluso da rinunciare a parlarmi ancora. Mi parlerà.

Incontrare un amico prima della fine del mondo

Le ultime pagine del romanzo sono dedicate all’amicizia e all’attesa, forse vana, del dottor Karpinsky, l’unica persona che si era presa cura dell’io narrante prima che arrivasse la fine del mondo e tutti si dissolvessero nel nulla.

Viene, semplicemente, a cercarmi, e è già in cammino. La mia è una certezza, non propriamente un’attesa, e mi libera da ogni impazienza.
Me ne sto a guardare, dalla panchina di un viale, la vita che in questa strana eternità si prepara sotto i miei occhi. L’aria è lucida, di un’umidità compatta. Rivoli d’acqua piovana (saranno guasti gli scoli nella parte alta della città) confluiscono nel viale, e hanno steso sull’asfalto, giorno dopo giorno, uno strato leggero di terriccio. Poco più di un velo, eppure qualche cosa verdeggia e cresce, e non la solita erbetta municipale; sono piantine selvatiche. Il Mercato dei Mercati si cambierà in campagna. Con i ranuncoli, la cicoria in fiore.
In tasca tengo, per lui, un pacchetto di gauloises.


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