Bottega Luini, San Maurizio al Monastero Maggiore, Milano.

Elegia pasquale

Pasqua ventosa che sali ai crocifissi
con tutto il tuo pallore disperato,
dov’è il crudo preludio del sole?
e la rosa la vaga profezia?
Dagli orti di marmo
ecco l’agnello flagellato
a brucare scarsa primavera
e illumina i mali dei morti

E se è vero che oppresso mi composero
a questo tempo vuoto
per l’esaltazione del domani,
ho tanto desiderato
questa ghirlanda di vento e di sale
queste pendici che lenirono
il mio corpo ferita di cristallo;
ho consumato purissimo pane

Discrete febbri screpolano la luce
di tutte le pendici della pasqua,
svenano il vino gelido dell’odio;
è mia questa inquieta
gerusalemme di residue nevi,
il belletto s’accumula nelle
stanze nelle gabbie spalancate
dove grandi uccelli covarono
colori d’uova e di rosei regali,
e il cielo e il mondo è l’indegno sacrario
dei propri lievi silenzi.

Crocifissa ai raggi ultimi è l’ombra
le bocche non sono che sangue
i cuori non sono che neve
le mani sono immagini
inferme della sera
che miti vittime cela nel seno.

Ho cercato le giuste parole per questa Pasqua di quarantena e sono approdato quasi per caso ad Andrea Zanzotto (1921-2011), poeta veneto troppo poco studiato a scuola. Elegia pasquale appartiene alla raccolta Dietro il paesaggio, pubblicata da Mondadori nel 1951. Nonostante il titolo, si ferma sulla soglia della festa, non arriva a entrare nella domenica di resurrezione. Infatti, non vi è nulla che rimandi alla rinascita, fatta eccezione per la domanda che dal “preludio del sole” e dalla “vaga profezia” venga fuori qualcosa di nuovo. Ma è il vento a farla da padrone fin dall’inizio, citato due volte come aggettivo nella prima strofa e come sostantivo nella seconda. È il contrario della bonaccia che i vangeli raccontano si sia creata dopo che Gesù, sulla barca insieme ai discepoli, aveva intimato alla tempesta di placarsi. Manca nei versi di Zanzotto questa voce perentoria, il vento non smette di soffiare.

L’attesa della Pasqua di Zanzotto

Eppure il poeta, come tutti, credenti e non credenti, è stato “composto” con un’idea innata di speranza, affinché “l’esaltazione del domani” riscatti il “tempo vuoto” dell’oggi. Anche lui ha “tanto desiderato” che la Pasqua non fosse uguale alle altre, che lenisse le sue ferite. Ha perfino “consumato purissimo pane”, che è la versione laica dell’eucarestia. Si è preparato a ciò che si presume venga dopo l’ultima cena, di cui l’eucarestia è continua memoria. Ha guardato fiducioso alle pendici, aspettandosi che da lì scorresse qualcosa di diverso dal “vino gelido dell’odio”. Invece sono rimaste solo “residue nevi” nella sua Gerusalemme personale, cioè un paesaggio desolato che si cerca di coprire con il belletto, il maquillage delle uova di Pasqua colorate. Tentativo inutile visto che il cielo e il mondo non vibrano di vita. Sono silenziosi “indegnamente”, perché non spiegano da dove nasca questo sentimento d’attesa che accomuna Pasqua e primavera.

Una carezza sfuggita dalla penna del poeta

L’unica spiegazione che si dà Zanzotto è che sia tutta apparenza. La crocifissione, evocata all’inizio, nell’ultima strofa recupera i versi di Salvatore Quasimodo (Ognuno sta solo sul cuor della terra / trafitto da un raggio di sole / ed è subito sera) spogliandoli della loro carne. Nel poeta siciliano lo “stare” era sinonimo di esperienza corporea. In Andrea Zanzotto, invece, si tratta di ombra, neve, “immagini inferme”. La sera scende sulla Pasqua senza che sia stata mantenuta la promessa di essere abbracciati da una “ghirlanda di vento e di sale”, in cui il vento stavolta è sinonimo di brezza marina e per questo è associato al sale. Però nell’amaro disinganno, che è più cocente proprio perché segue un’aspettativa enorme, a Zanzotto sfugge una carezza. Quel “seno della notte” richiama il grembo materno, mentre le mani celate come “miti vittime” alludono alla vittima per eccellenza che si celebra a Pasqua.


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