A Novara l’Italia si riscopre provinciale

Novara mostra Giuseppe De Nittis, Westmister, 1878 circa (olio su tela)

«Del resto, siamo a Novara». La turista me lo dice con un sorriso, quasi ci trovassimo sperduti in una landa desolata, lontani dalla civiltà. Stiamo cercando entrambi l’uscita dalla mostra Boldini, De Nittis et les italiens de Paris ospitata nel castello della città piemontese. È stata inaugurata lo scorso novembre e chiuderà il prossimo 7 aprile. Non è chiaro il percorso che bisogna fare una volta conclusa la visita. E non è facile trovare una risposta nel frastuono generalizzato che vede le guide sovrastare a voce alta lo strepito dei gruppi al loro seguito. Se uno si aspettava di contemplare in silenzio i quadri dei nostri connazionali che si spinsero nel XIX secolo a Parigi in cerca di fortuna, se lo può scordare. Qui c’è una baraonda, un pigia pigia, una ressa da stadio. Nulla di nuovo nell’era dei consumi, anche culturali, di massa.

Peccato che all’esposizione mi accompagni un’amica americana e che l’audioguida, pagata a parte, sia soltanto in italiano. Anche le didascalie a fianco dei dipinti sono esclusivamente nella lingua di Dante. Suggerisco all’amica di arrangiarsi con Google Lens che ha una funzionalità per tradurre dopo aver inquadrato i testi con la fotocamera dello smartphone. Ma l’imbarazzo rimane. Del resto, sono a Novara. Che cosa mi potevo aspettare?

Quando gli italiani andavano a Parigi in cerca di fortuna

Mi potevo aspettare ad esempio che una rassegna che sottolinea implicitamente la nostra propensione ad andare all’estero non fosse preclusa a chi invece arriva dall’estero. Pittori come Giovanni Boldini (1842-1931), Vittorio Matteo Corcos (1859-1933), Antonio Mancini (1852-1930), Giuseppe De Nittis (1846-1884) o Federico Zandomeneghi (1841-1917) scelsero nell’Ottocento la capitale francese per la loro ricerca artistica. Oggi probabilmente avrebbero optato per New York o Shanghai. Probabilmente si sarebbero opposti al provincialismo di una mostra che non contempla altri idiomi oltre a quello italico. Tuttavia non si tratta di un problema di Novara e neppure dell’evento, molto bello, organizzato tra le mura della sua rocca visconteo-sforzesca. È una questione di apertura e di mentalità.

Se è vero infatti che gli anglicismi con cui infarciamo i nostri discorsi sono l’espressione di una certa sudditanza culturale, è altrettanto vero che la sciatteria non ha giustificazioni. Persino la circostanza che noi avremmo la percentuale più elevata di patrimonio artistico-culturale al mondo (le cifre in merito sono quasi sempre prive di fonti, però ripetute a pappagallo) è un’aggravante. Perché la bellezza, poca o tanto che sia, non può essere soltanto rivendicata come una proprietà di cui vantarsi. Bisogna custodirla e tutelarla prima, per poi fare in modo che sia comprensibile e quindi godibile da quante più persone, comprese quelle che provengono da altri Paesi.

Corco
Vittorio Matteo Corcos, Ritratto della contessa Lia Goldman Clerici, 1905-1910 (particolare, olio su tela)

Dimmi quanto spendi e ti dirò se la cultura ti interessa

Non so perché la manifestazione di Novara fosse sprovvista di traduzioni almeno in inglese e, visto il tema, in francese. Suppongo per questioni di budget (la scelta dell’anglicismo è voluta). Gira e rigira, si va sempre a finire lì, sui soldi. Che vanno intesi come la cartina di tornasole di ciò a cui attribuiamo maggiore significato. Vale per quello che decidiamo singolarmente di comprare, selezionandolo tra un’offerta potenzialmente infinita, e vale per le decisioni che gli Stati mettono in campo per dare corso alle rispettive politiche.

A giudicare dall’ultima legge di Bilancio, la cultura in Italia non è una priorità, visto che la spesa complessiva dell’omonimo ministero è passata dai 3 miliardi e 843 milioni del 2023 ai 3 miliardi e 670 milioni del 2024. Nel 2001 lo stesso ministero disponeva di 4,5 miliardi e nel 2009 addirittura di 5,8. Guardando poi alle risorse destinate dal PNRR (Piano nazionale di ripresa e resilienza), la voce “Turismo e cultura 4.0” prevede 6,7 miliardi, il 3,5% su un totale di 194,4 miliardi. Non lamentiamoci, perciò, quando un evento come quello promosso da Comune e Fondazione Castello di Novara insieme a un’associazione del luogo rimane muto alle orecchie degli stranieri. In fondo, è tipica del provincialismo l’incapacità di parlare a chi non è dentro i medesimi, ristretti, confini.


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