La strada di Miriam

La strada di Miriam, il mio romanzo edito da Scatole Parlanti, è stato al centro di una conversazione con Livio Partiti, la “voce” de Il posto delle parole. Di seguito, riporto una sintesi del dialogo che ha spaziato dalle ragioni che mi hanno spinto a scrivere il libro ai temi affrontati al suo interno. Per ascoltarlo, clicca sul pulsante nel riquadro più sotto.

Che cosa ci dice l’immagine di copertina?

«Ci parla di un soggetto misterioso, di Miriam, e quindi è un invito a entrare nella sua storia e a camminare insieme a lei. E poi ci rimanda a qualcosa di misterioso richiamato dalla presenza di un’auto e di uno scenario apocalittico».

Nel libro, in esergo, c’è una frase che poi ritroviamo anche all’interno del romanzo, l’incipit della Divina Commedia. Credo che non siano molti i libri che si fregino in apertura di una citazione così importante e impegnativa…

«La scelta di Dante per l’epigrafe deriva dal desiderio di mettere a confronto la scrittura con i cambiamenti che stiamo vivendo anche di di fronte alla tecnologia. Riguarda perciò i “fondamentali” della nostra vita e del nostro orizzonte culturale. Non si può non partire da questi fondamentali. Dobbiamo ricominciare a guardare le radici solide da cui tutto il nostro mondo culturale e letterario è nato. Per questo non possiamo prescindere da Dante, qualsiasi cosa accada in futuro, che abbia a che fare con la tecnologia o con un’innovazione talvolta tumultuosa e, come si dice, disruptive».

Ascolta “Carmelo Greco “La strada di Miriam”” su Spreaker.

C’è un altro libro che parla di un argomento simile al tuo, La strada di Cormac McCarthy. Esiste un filo rosso tra i due romanzi?

«La strada di McCarthy è un discrimine nella mia scrittura. È stata l’ossessione rispetto alla quale ho dovuto confrontarmi, tanto che nel mio romanzo è evocata continuamente. Con la differenza che il grande scrittore americano ha dovuto inventarsi un’apocalisse, mentre io ce l’avevo dietro l’angolo, quella della pandemia. La mia protagonista si muove in questa apocalisse e, analogamente ai protagonisti del romanzo che ha vinto il Premio Pulitzer nel 2007, vive lo stesso tentativo in uno scenario in cui all’apparenza tutto è perduto e nulla è recuperabile».

Nel romanzo è presente il Covid, ma si parla anche di karate. Entriamo così nella vita personale dell’autore.

«Questo è un aspetto essenziale della mia scrittura: la mia capacità di invenzione è limitata, non riesco a inventare se non reinventando qualcosa che mi è accaduto effettivamente nella vita. Il karate è stato un tassello della mia esistenza che ho recuperato nel libro, così come tante altre cose presenti al suo interno sono frutto di esperienze che ho vissuto in prima persona».

È qualcosa che percepiamo anche adesso, mentre durante questa conversazione sentiamo dei rumori che provengono dalla realtà e non da uno studio asettico.

«È una scelta che ha a che fare con me come persona e come scrittore, perché la strada, il camminare sono propedeutici al pensare e poi allo scrivere vero e proprio».

I rumori di un’altra vita, sicuramente meno rumorosa, sono quelli per esempio dei tempi del Manzoni, che al nonno della protagonista non piace molto per il suo carattere un po’ troppo moraleggiante.

«Le citazioni dei classici, Dante all’inizio o Manzoni dopo, vogliono richiamare l’attenzione su una base comune, su qualcosa che troppo spesso dimentichiamo. È un prezzo che abbiamo pagato durante il percorso scolastico, per poi abbandonare questa frequentazione. Però quello che i nostri classici ci hanno insegnato ha un valore che non solo è perenne, ma che continua a nutrire lo sguardo con cui noi vediamo le cose. Manzoni che parla della peste ci fa capire di più che cosa è accaduto durante la pandemia, a cominciare da certi fenomeni come il complottismo o la rilettura semplicistica di ciò che accade. Lui l’aveva capito già 200 anni fa».

Questo non toglie che il romanzo si sviluppi su una narrazione veramente intensa. Certo, ci sono delle citazioni letterarie, tra cui quella di Edgar Lee Masters: Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita

«In effetti, lo spunto narrativo della cronaca, quello della pandemia, si innesta nel percorso della protagonista affinché lei non solo si interroghi sulla circostanza specifica, ma anche sul significato di tutto ciò che le è dato da vivere. Per cui il verso di Masters è come se fungesse un po’ da fil rouge in tutta l’opera. A mio modesto avviso, non ci può essere un romanzo che non si proietti su questa domanda: che cos’è l’esistenza, che cosa ci facciamo sulla faccia della terra?».

Per darci una risposta è anche utile la lettura di questo interessante e “divertente” romanzo. Ma qual è il libro che ti sta facendo compagnia in questi giorni?

«Sto leggendo Stella Maris, l’ultimo romanzo scritto da McCarthy prima della sua scomparsa, dopo aver letto Il passeggero, una lettura molto ardua, complessa, interessantissima. In entrambi ritrovo uno sguardo potentissimo, straziante sull’abisso».

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