Anatomia di una caduta Nostalgia L’immagine della locandina del film “Anatomia di una caduta”

Si può azzardare un confronto tra Anatomia di una caduta di Justine Triet e Nostalgia di Mario Martone? I paragoni, è vero, sono spesso impropri. Nel caso del cinema, poi, rischiano di prestare il fianco all’arbitrio soggettivo e ai gusti differenti delle persone. Mettere a fianco quindi due film, cercando di ricavare regole generali sulle modalità attraverso cui i cineasti di un paese interpretano la settima arte, può essere una forzatura. Tuttavia, per quel che vale, proviamo ad affiancare il film di Martone a quello della Triet. Il primo è uscito nelle sale nel 2022, accolto con un’ovazione al Festival di Cannes dello stesso anno, mentre il secondo ha vinto la Palma d’oro nel 2023. In comune, entrambi non sono stati scelti come candidati agli Oscar, anche se sui motivi di esclusione della Triet c’è un caso tuttora aperto. Al netto perciò dei riconoscimenti ottenuti, che cosa accomuna o distingue le due pellicole?

Vive la France, anche quando è insupportable

Anatomia di una caduta è lungo due ore e mezzo, molto di più di Nostalgia. Come se la caduta del titolo fosse ripresa minuto per minuto. Anche i dettagli del processo e quelli della relazione tra la protagonista, l’attrice Sandra Hüller, e il compagno, interpretato da Milo Machado-Graner, sono sezionati in tantissimi frammenti. «Questa tensione è insopportabile, speriamo che duri» (frase attribuita a Oscar Wilde) potrebbe rappresentare il giusto commento a quello che accade sullo schermo. Una tensione che si nutre di dialoghi intelligenti, mai banali. Uno per tutti, quello che vede la lite in crescendo della coppia al centro della trama: un botta e risposta di rara verosimiglianza e potenza.

Le scene ambientate tra le montagne intorno a Grenoble e l’aula di tribunale della città ricordano quelle vissute qua da noi, tanto da far sembrare i migliori legal movie americani delle storie piatte e inverosimili. Al posto delle trovate a effetto, domina il cammino tortuoso (o la discesa) verso il disvelamento di una verità che non sempre riconcilia i verdetti della giustizia con i dati della realtà. Perché la realtà è un guazzabuglio nel quale è quasi impossibile riuscire ad avere certezze inconfutabili, a ripartire equamente i torti e le ragioni, soprattutto quando le vicende personali si intrecciano con quelle giudiziarie. Il caso di Rosa e Olindo dovrebbe averci insegnato qualcosa in proposito. O no?

Anatomia di una caduta e Nostalgia: le differenze

Copertina Nostalgia

Anche il regista Mario Martone dovrebbe aver imparato qualcosa durante la sua carriera. Ad esempio che non può inquadrare due ragazzi che si tuffano nudi nel mare, con il sottotesto implicito del come eravamo felici, senza cadere nel ridicolo. È ciò che succede in Nostalgia. Non ho letto l’omonimo romanzo del 2016 di Ermanno Rea da cui è tratto il film, ma dubito che la voglia di ritorno di Felice Lasco, il protagonista, avesse così poche giustificazioni. Non basta rientrare nei propri luoghi d’origine per fare ripartire il desiderio a comando. Che è un po’ quello che vive uno straordinario Pierfrancesco Favino, vero mattatore camaleontico che vale il prezzo del biglietto. Per il resto, la Napoli è quella che ti aspetti, indistinguibile dai palazzoni di Gomorra sebbene questa volta gli eventi si svolgano nel quartiere Sanità. Anche il cattivo è quello che ti aspetti. E persino il finale.

Non ti aspetteresti invece che un bravo regista attingesse a una catena di stereotipi troppo ingenui. Tra questi, il ballo liberatorio con i giovani, il rinnovo naturale di relazioni dopo 40 anni di assenza, il degrado del capoluogo campano versus il nitore dell’appartamento e dell’ospedale del Cairo. Tutto ciò che nell’opera della Triet è graduale, raschiato scheggia a scheggia dalla carne, qui è tirato via quasi fosse un telegramma: arrivato visita madre – madre morta – io resto. Saluti.


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