Metti una Pasqua diversa a Berlino

Pasqua Berlino Il Duomo di Berlino visto dall’Altes Museum

Metti una Pasqua a Berlino. Mentre davanti alla Porta di Brandeburgo si festeggiava il 31 marzo la liberalizzazione della cannabis, c’ero anch’io. Non mi trovavo  insieme alla folla contenta perché l’uso dell’erba era stato finalmente depenalizzato. Ero nella capitale della Germania perché l’avevo scelta come meta per le mie vacanze pasquali. Certo, per chi come me – e non sono il solo – ha subito agli inizi degli anni Ottanta il fascino del film Noi, i ragazzi dello zoo di Berlino, sentire parlare oggi della possibilità di assumere sostanze psicotrope come una conquista, fa un certo effetto. È pur vero che l’eroina è un’altra cosa e che un po’ di fumo probabilmente non ha mai fatto male a nessuno.

Così come è altrettanto vero che nella patria del Punk e della piena libertà dei costumi, vietare è un ossimoro. Quindi, ben venga anche la libertà dello sballo, a patto che non offuschi tutto quello che la città dell’orso ha da offrire ai turisti o a chi decide di viverci per più di di un weekend. Perché è ben altro. Basti pensare al ruolo emblematico che il muro ha avuto per 28 anni, impedendo alle parti est e ovest di ricongiungersi. Di quel muro ormai rimangono lunghi brandelli che, in alcuni tratti, sono recintati per evitare che chi è in cerca di cimeli finisca di demolirlo completamente.

La determinazione di un popolo nel voler costruire

Berlino però non è soltanto il muro e non è soltanto un simbolo, per quanto efficace, della guerra fredda. È specialmente la testimonianza della determinazione di un intero popolo nel voler costruire e ricostruire, nel fare memoria del proprio passato con un coraggio che vanta pochi altri esempi nel mondo. Lo dimostra ad esempio il monumento alla memoria delle vittime dell’Olocausto: 2711 blocchi rettangolari di calcestruzzo, che formano una griglia grigia a perdita d’occhio, realizzati dall’architetto statunitense Peter Eisenmann.

Ma lo dimostra anche lo sperimentalismo nell’accostare fabbricati antichi e moderni come nel caso della chiesa commemorativa dell’imperatore Guglielmo, i cui resti bombardati ai berlinesi ricordano un “dente cavo”. Al suo fianco adesso si trovano quattro edifici più bassi le cui pareti esterne corrispondono a un nido d’ape in cemento con inserti di vetro colorato. Per non parlare del vero gioiello della città, quell’isola dei musei divenuto patrimonio Unesco nel 1999 composto da cinque grandi musei di epoca prussiana e uno spazio espositivo, la James-Simon-Galerie.

Italiani, venite a Berlino a Pasqua (o quando volete)

Per un italiano, la cui supponenza spesso è simile a quella del maestro Salieri rappresentato dal regista Miloš Forman nel film Amadeus quando sorride all’idea che un austriaco come Mozart possa capirne di amore, nessun’altra nazione può competere con l’Italia in fatto di cultura. Dovrebbe fare un giro qui in centro, lungo il fiume Sprea su cui si affaccia l’isola dei musei, magari a Pasqua, per ricredersi. Per capire con quanta cura e ostinazione gli studiosi tedeschi hanno raccolto reperti di ogni tempo e hanno condotto ricerche maniacali alla scoperta di segreti dell’archeologia con i quali provare a interpretare chi eravamo.

Non solo. Per rendersi conto di quanti soldi i berlinesi sono stati disposti a spendere per acquistare oggetti, moltissimi dei quali provenienti dall’Italia, o per restaurare un luogo espositivo attraverso il coinvolgimento dell’archistar britannica David Chipperfield. Si tratta del Neues Museum, il museo nuovo, nel quale ci si sposta dal paleolitico all’alto Medioevo, passando per gli Egiziani e per il busto di Nefertiti che da solo vale tutto il biglietto. Un vero sballo per cui non serve nemmeno la cannabis.


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