Teatro vs social network: chi resterà?

Immagine generata con l’Intelligenza Artificiale

Il teatro è stato inventato prima dei social network e continua a manifestare tuttora una vitalità che l’ha fatto sopravvivere alle mode e alle varie forme che l’hanno contraddistinto dalla tragedia greca ai giorni nostri. Non sappiamo invece nei prossimi anni che cosa ne sarà delle “creature” ideate da Mark Zuckerberg e Jack Dorsey, rispettivamente inventori di Facebook e Twitter. La crescita di TikTok, che ha superato il miliardo di iscritti, sembra stia segnando il conseguente declino dei social che l’hanno preceduto, sebbene ancora si posizioni al sesto posto dietro Facebook, WhatsApp, Instagram, WeChat e Douyin.

Sta di fatto che il ritmo del cambiamento dei sistemi di messaggistica è tale da far sembrare “vecchio” il capostipite, cioè Facebook, a soli 20 anni dalla sua nascita. Al contrario, assistere a una commedia di Plauto o a uno spettacolo shakespeariano è come entrare in una macchina del tempo che rende attuale i personaggi e le battute concepiti secoli o decenni fa.

«Giorno Felici» di Samuel Beckett, 63 anni e non sentirli

Ho visto il 16 marzo 2024 Giorno Felici di Samuel Beckett al Teatro Grassi di Milano. Interpretata da Monica Demuru e Roberto Abbiati, per la regia di Massimiliano Civica, l’opera è un quasi monologo in cui Winnie, la protagonista, parla immersa in un cumulo di sabbia. Scritto nel 1961, il dramma non ha perso il suo smalto. A cominciare dall’idea straordinaria di un personaggio intrappolato dentro una montagnetta di arenaria. Con il paradosso che lo spettatore fa presto ad abituarsi alla situazione surreale in cui Winnie, prima con il busto e poi con la sola testa, emerge da una specie di vulcano in miniatura quasi fosse un’eruzione in carne e ossa.

E mentre le frivole argomentazioni dell’attrice rischiano di far appisolare gli astanti, questi ultimi cominciano a capire di essere loro stessi, come Winnie, imprigionati in un terreno fatto di routine e di gesti quotidiani. Dove a nulla serve il ritornello della protagonista che insiste nel sostenere che i giorni – tutti uguali e in cui non accade nulla – siano felici.

La tendenza della rappresentazione a insegnare qualcosa

Il testo di Beckett appartiene a un periodo culturale in cui il tema dominante era quello dell’incomunicabilità. Prima di lui, Luigi Pirandello l’aveva reso immortale, spingendo i suoi epigoni a mettere in scena variazioni più o meno riuscite sull’argomento. Nella pièce beckettiana l’impossibilità umana di comunicare è incarnata da Winnie e da suo marito Willie, coniugi che non si incontrano mai. Se dall’alto la prima continua imperterrita nel suo soliloquio, rivolgendosi di tanto in tanto al compagno, quest’ultimo dice poche battute e rimane pressoché nascosto alla platea.

La didascalia implicita è perciò molto chiara: la coppia moderna è condannata a non avere nessuno scambio, sebbene viva sotto lo stesso tempo per svariati anni. Anche se oggi questa dimensione standardizzata non esiste più, nel senso che la coppia eterosessuale è solo quella statisticamente più numerosa, la verità che il dramma contiene rimane immutata. Questa tendenza innata del teatro a insegnare qualcosa, con un’efficacia maggiore di quanto avverrebbe se le stesse questioni fossero poste senza drammatizzazione, in alcuni casi è esplicita.

Teatro e social network, un confronto sui numeri e non solo

Negli anni Settanta Dario Fo portava il teatro in fabbrica come strumento per svegliare o risvegliare le coscienze dei “compagni”. Personalmente, ho constatato la forza del teatro in contesti alternativi ai classici palcoscenici partecipando a un laboratorio teatrale per il quale ho scritto delle commedie interpretate dai detenuti nell’istituto penitenziario di Siracusa. Una forza che si può esprimere in qualsiasi ambiente, tra cui quello aziendale. Come dimostra il progetto portato avanti da Anna Maria Delzotti alla Fincons Group grazie al quale alcuni dipendenti hanno deciso liberamente di aderire a un percorso formativo che verte sulla recitazione.

A confronto dei circa 3 miliardi di utenti su Facebook o del miliardo e passa di iscritti a TikTok, si tratta di numeri all’apparenza più esigui, seppure il computo complessivo di tutte le attività riconducibili alla voce teatro è difficile da calcolare. Tra cartelloni di grandi arene, laboratori e sperimentazioni fuori dai circuiti tradizionali, la cifra di quanti si dedicano a questo genere letterario potrebbe competere con quelle dei social network. Per non parlare dei risultati raggiunti in termini di comunicazione, empatia, comprensione di dinamiche complesse. Risultati su cui il teatro, ancora oggi, non teme confronti.


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