McCarthy e il suicidio della letteratura

McCarthy suicidio William Turner, Lago di Lucerna, baia di Uri (particolare della copertina dell’edizione italiana di Stella Maris pubblicata da Einaudi)

Leggere Stella Maris, il secondo romanzo della diade di Cormac McCarthy inaugurata con Il passeggero, è come provare ad ascoltare l’ultimo Lucio Battisti. Hegel, l’album con cui il compositore laziale concluse la sua carriera, raggiunge l’apice di uno sperimentalismo nei testi e nella musica in cui difficilmente si ravvisa la melodia degli anni d’oro del sodalizio con Mogol. Dal punto di vista delle attese del pubblico si può considerare una sorta di suicidio artistico, poiché scardina dalle fondamenta la stessa idea di canzonetta su cui Battisti aveva costruito la sua fortuna. Analogamente Stella Maris, che va letto in sequenza dopo Il passeggero, scontenterà il lettore abituato alla narrativa da bestseller. Anzitutto perché, portando all’estremo le scelte precedenti dello scrittore americano, fa un uso della punteggiatura che dire essenziale è tanto.

Strutturato interamente in forma dialogica, mette in campo gli scambi serrati tra Alicia Western, la protagonista, e il dottor Cohen, psichiatra della casa di cura da cui prende il nome il titolo del libro. C’è solo il loro botta e risposta, distinguibile dall’andare a capo che spesso fa perdere il filo di chi sta dicendo cosa. E, come se non bastasse, le questioni che vengono affrontate non sono di poco conto. Attingono al pantheon del sapere, e della matematica in particolare, con citazioni che spaziano da personaggi noti (Kant, Schopenhauer, Wittgenstein, Bach) ad altri che solo gli addetti ai lavori conoscono.

I temi al centro del romanzo Stella Maris

Oppenheimer è uno di questi personaggi che, a differenza degli altri presenti nel romanzo, deve la sua notorietà all’omonimo film di Christopher Nolan, vincitore dell’Oscar nel 2024. Si tratta di uno dei principali artefici del progetto Manhattan a cui si deve la realizzazione della bomba atomica, uno dei temi cardine della diade di McCarthy. Infatti Alicia e il fratello Bobby, su cui si concentra soprattutto Il passeggero, sono figli di uno degli scienziati che partecipò al progetto. In controluce si scorge la domanda sul ruolo che le cosiddette scienze “positive”, fisica e matematica in primis, ricoprono rispetto al male che l’uomo è capace di compiere.

Lo psichiatra insiste nel sapere se gli scienziati che contribuirono a generare l’ordigno che distrusse Hiroshima e Nagasaki fossero consapevoli di ciò a cui stavano lavorando. Alicia non è in grado di rispondere con certezza, tranne “che sotto la superficie del mondo c’era e c’era sempre stato un orrore mal trattenuto. Che al cuore della realtà alberga un abissale ed eterno demonium”. D’altra parte, “tutto il dolore umano ha origine nell’ingiustizia”, tanto che “il dolore è quello che rimane quando la rabbia si è esaurita e rivelata impotente”. Sono le parole di una paziente a cui è stata diagnosticata una schizofrenia paranoide con presenza ricorrente di allucinazioni visive e uditive.

McCarthy: il suicidio della letteratura non c’è

Ma dietro queste parole si sente l’urgenza testamentaria di McCarthy che dopo anni di silenzio torna a pubblicare nel 2022, poco prima di morire, nel tentativo di riepilogare quello che ha capito del mondo. Ad esempio, “che a guarire è l’accudimento, non la teoria. Il bene sparso nel mondo”. È ancora Alicia a sostenerlo, desiderosa probabilmente che ci sia qualcuno o qualcosa che si prenda cura espressamente di lei e della sua malattia, così da impedirle quel suicidio che scopriamo essere avvenuto nelle pagine di esordio del Passeggero. Il qualcuno è Bobby, che però è in coma in Italia, lontano. Il qualcosa è la matematica, alla cui capacità terapeutica tuttavia è la stessa protagonista a non credere. In alternativa potrebbe essere la musica, che però Alicia ha deciso di abbandonare, perché avrebbe richiesto un esercizio costante a cui lei si è sottratta.

L’arrivo del linguaggio è stato come l’invasione di un sistema parassitario

E per l’autore di Providence? La funzione curativa della letteratura, implicita in chi ha speso l’intera esistenza producendo opere di narrativa, dovrebbe rappresentare il cuore del suo commiato. Invece, a giudicare da ciò che afferma la voce femminile di Stella Maris, “l’arrivo del linguaggio è stato come l’invasione di un sistema parassitario”. E ancora: “Alla fin fine questo strano nuovo codice (cioè il linguaggio, ndr) deve aver almeno in parte sostituito il mondo con quello che se ne può dire. La realtà con l’opinione. Il racconto con l’approfondimento”. Cormac McCarthy, come Battisti, vorrebbe che la sua arte scomparisse con lui. Per nostra fortuna, nel maledire per bocca di Alicia lo strumento alla base del suo mestiere, ci consegna nel suo ultimo romanzo la riprova di quanto sia riuscito a farne buon uso.


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