Fase 2 per autori, piccoli editori e librerie

Resti della Piscina di Betzaeta, Gerusalemme.

C’è una fase 2 anche per gli autori. Per chi scrive, e siamo tanti, e per tutto il settore che ruota attorno alla scrittura. Anzitutto gli editori e le librerie dovranno fare i conti con quello che rimane del bisogno di cultura in Italia. Dopo settimane di quarantena, durante le quali anche i libri hanno provato a ritagliarsi un loro spazio tra una fiction e mille chat, che cosa chiederanno i lettori? Prevarrà il desiderio di aria fresca, di passeggiate, di cene con gli amici. La riflessione sopra le pagine di un saggio o il coinvolgimento di un romanzo appassionante saranno associati ai giorni tristi di clausura. E perfino l’idea di immergersi in un giallo sotto l’ombrellone sarà un’illusione, così come la vacanza al mare. Nella fase 2 noi autori potremo continuare a riempire pagine su pagine, pensando che le cose siano uguali a prima. Ma temo non sarà così.

Che cosa scriveremo nella fase 2

La prima questione è che cosa scriveremo nella fase 2. Sì, magari abbiamo il cassetto pieno di manoscritti ai quali un tempo ci sembrava indispensabile trovare un editore. Ma adesso? Dopo aver visto la lenta marcia delle camionette militari che portavano le bare dei morti di Bergamo e i tanti edifici che ospitano le nostre madri e i nostri nonni trasformarsi in obitori, ogni parola suona di troppo. Perfino quella dettata dall’indignazione e vergata dagli autori militanti ha un accento stridulo. Ci sentiamo come il poeta Salvatore Quasimodo che, durante l’occupazione nazista di Milano del 1943, componeva Alle fronde dei salici:

E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
fra i morti abbandonati nelle piazze
sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese,
oscillavano lievi al triste vento.

Piccoli editori in cerca di pubblico

Gli editori, specialmente i piccoli e quelli indipendenti, che vivono anche grazie alle presentazioni delle loro opere sul territorio, per i quali l’incontro degli autori con il loro pubblico è forse la garanzia per vendite già grame, rischiano di essere travolti. Certo, i social media possono essere un aiuto, in attesa che il distanziamento sociale attenui l’impossibilità del ritrovarsi insieme. Ma quanto può durare? La vita virtuale deve trovare un compromesso con quella reale, non soltanto per la filiera del libro. Altrimenti accadrà lo stesso fenomeno a cui stiamo assistendo in questi giorni. Vedremo lo sgonfiarsi dell’entusiasmo autoconsolatorio degli inizi, quando ci ripetevamo il mantra del “ce la faremo”. Oggi su quegli stessi balconi nei quali si cantava e si sciorinavano bandiere tricolori domina la stanchezza. Da sotto i ballatoi gli editori si stanno sbracciando, nel tentativo di attirare l’attenzione di quelli affacciati dai parapetti. Chissà se abbasseranno lo sguardo.

Si salveranno edicole e librerie?

La circostanza che alle librerie sia stato consentito di aprire in anticipo rispetto alla fase 2 non cambia una situazione grave, peggiore di quella di autori ed editori. Il Covid-19 è l’ultima mazzata dopo anni in cerca di un ruolo dentro un mercato che ha messo in ginocchio qualsiasi tipo di negozio di prossimità. Colpa di Amazon, è vero, ma anche nostra che abbiamo preferito comprare online. Se si pensa alle cugine delle librerie, le edicole, il loro sforzo nel vendere di tutto pur di sopravvivere non è servito a impedire la chiusura di 26mila edicole. Un’emorragia, a valle, che è la conseguenza di una crisi più vasta che sta decretando la fine del giornalismo cartaceo, come ha acutamente scritto Marco Bardazzi su LinkedIn. Con la differenza che, mentre i giornali stanno battendo le nuove strade del digitale, per le edicole e le librerie il futuro è una grande incognita.


4 Comments

  1. Poni domande giuste alle quali è difficile dare risposte all’altezza. Una delle più attendibili, a mio avviso, viene da un tesi particolarmente importante, contenuta in “Retrotopia” di Bauman in cui propone una lettura ampia della contemporaneità e una chiave di lettura “involontaria” di quanto ci sta accadendo.
    Riproduco il testo di una recensione che trovo particolarmente attuale..
    “E’ l’inverso dell’utopia, è un’utopia rivolta all’indietro: è la nostra recente attitudine a collocare nel tempo passato – e non più nel futuro o in un luogo leggendario – l’immaginazione di una società migliore. La tesi di Bauman è che oggi il cambiamento non sarebbe più pensato come un viaggio verso l’avvenire, quella terra incognita e immaginaria, insicura eppure favolosa sui cui lidi per secoli gli uomini hanno sperato e cercato di approdare, ma come un passo all’indietro, verso un tempo noto, rassicurante e, soprattutto, dotato di straordinarie potenzialità inespresse o negate”.
    Ecco, io credo che questo sia uno scenario concreto, in cui la narrazione possa avere un suo nuovo ruolo.
    Saluti.

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