film massimo troisi

Qual è il film più bello di Massimo Troisi? Il 4 giugno di 30 anni il regista e attore se n’andava a causa di un attacco cardiaco. Che i problemi alla valvola mitrale gli sarebbero stati fatali, lo appresi nel 2006 durante un’intervista a Giuliana De Sio che incontrai in occasione della proiezione di Ti voglio bene Eugenio all’interno del Festival internazionale delle abilità differenti. L’attrice mi disse che Troisi sapeva bene di avere un congegno a orologeria dentro il petto che prima o poi si sarebbe rotto. E così fu, giusto il tempo di concludere le riprese della sua ultima pellicola, Il postino. Sebbene sia considerato da molti come il suo testamento artistico, personalmente sono del parere che la sua penultima opera esprima meglio la grandezza di un’intelligenza comica fuori dal comune. Mi riferisco a Pensavo fosse amore… invece era un calesse, il film girato a Napoli nel 1991 che vede come coprotagonista Francesca Neri.

«Pensavo fosse amore… invece era un calesse»

La storia mette al centro due fidanzati, Tommaso e Cecilia, in procinto di sposarsi. Progetto che però va in fumo per delle normali divergenze. Da qui in poi i destini di entrambi sembrano allontanarsi per poi ricongiungersi nel finale. Gag e trovate ovviamente non mancano, a cominciare da alcune memorabili nella loro capacità di attingere a ossimori quotidiani. Ad esempio quando Enea, la nuova fiamma di Cecilia, si scopre essere l’arbitro di una competizione tra barbieri. E questo a dispetto di un nome così epico e dell’alone che ne circonda le presunte gesta eroiche. Per non parlare della fattucchiera a cui Tommaso si affida da una parte per riconquistare Cecilia e dall’altra per liberarsi di una stalker. Di fatto, nonostante i suoi interventi confusionari, la coppia si riforma. Il che non basta tuttavia a far celebrare il matrimonio che all’inizio era stato rimandato. In apparenza, nulla ormai impediva questo epilogo. Ma solo in apparenza.

Perché il penultimo film è il più bello di Troisi

Più di 30 anni orsono Troisi aveva capito che l’amore è una roba complessa, che ci si può confondere in suo nome fino appunto a scambiarlo con qualcosa di totalmente differente come può essere un calesse. Esistono centinaia, o forse migliaia di produzioni hollywoodiane che fanno coincidere l’happy end con il momento davanti all’altare. In fondo, se Cecilia e Tommaso avessero coronato il loro “sogno d’amore” anche noi spettatori ne avremmo tratto grande consolazione. Invece no. Massimo Troisi scende in profondità fino a individuare un meccanismo del desiderio che precede ogni sentimento e, potremmo dire, ogni azione. Più che un film sull’amore, questo di Troisi è un film sul desiderio e sulla nostra ostinazione nel voler ottenere quello a cui aspiriamo ricorrendo a qualsiasi stratagemma, stregoneria compresa, senza per questo sentirci poi appagati. Una frase ricorrente della canzone Quando di Pino Daniele, che fa da colonna al lungometraggio, dice: «Ho sete. Ho sete ancora…».

La “domanda della sete” secondo la poetessa

La poetessa Chandra Livia Candiani, commentando il titolo della sua raccolta uscita per Einaudi La domanda della sete, ha avuto modo di spiegare: «Il titolo ha due facce, da un lato parla della sete che ci governa, che ci fa sentire sempre mancanti e insoddisfatti e che se ci fermassimo a sentirla anziché correre subito a soddisfarla, scopriremmo che ha dietro di sé una domanda e che è quella domanda ad aver bisogno d’acqua. Dall’altra, dice che non accorgersi più della propria sete uccide la domanda, rende sterili, indifferenti, spegne il desiderio dell’altro». Questa sete che continua a ritornare e che non si placa pure in presenza della fonte, cioè della persona amata, è la stessa con cui deve fare i conti il protagonista. Tommaso-Massimo, una volta raggiunto l’obiettivo, è inquieto. È “assetato”. Se fosse l’interprete di una commedia romantica, la sua sete sarebbe soddisfatta con i brindisi nuziali. Ma Tommaso-Massimo, per nostra fortuna, è frutto del genio di Troisi che a distanza di 30 anni dalla sua scomparsa non smette di alimentare la nostra “domanda della sete”.


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