Foto di Daniele Met.

Confessioni di un clochard di Jorge Vivanco (Catacocha, Ecuador, 1945) è un libro che puzza.

Nella stessa nidiata caddero una ventina di poveracci, furfanti, ammaliatori, nullafacenti di professione, pidocchiosi di quelli che si appropriano di marciapiedi e portici, che riempiono le città con le loro litanie afflitte.

Fin dalle prime pagine i protagonisti sono trattati come rifiuti, scaricati da un camion della spazzatura sui ciottoli del cortile di una caserma. È impressionante l’analogia con quello che è accaduto nei mesi scorsi in Ecuador, in particolare a Guayaquil, dove i morti per coronavirus venivano abbandonati per strada. Nelle Confessioni si saprà solo alla fine perché le autorità di Quito abbiano deciso di rinchiudere i mendicanti. Primo libro dell’autore ecuadoriano tradotto in Italia nel 2019 da Erika Casali per le Edizioni Fogliodivia, la sua uscita si deve al coraggio della piccola casa editrice pugliese. Un coraggio che dipende dalle radici da cui fiorisce Fogliodivia e, perciò, dalla sua vera vocazione. A Foggia, prima di diventare casa editrice, è nata come associazione di promozione sociale per i senza fissa dimora. Una trentina di loro può contare su un riparo per la notte e su un pasto caldo per il giorno.

Il libro di Vivanco che “dà da parlare agli affamati”

Confessioni di un clochardFogliodivia è anche il giornale di strada che dal 2005 conduce una battaglia per rendere visibili gli invisibili, scritto in parte dai medesimi assistiti, che lo distribuiscono poi nei bar e in altri esercizi commerciali, ricavandone in cambio un reddito commisurato all’impegno. Per questo l’opera non poteva trovare contesto più pertinente di pubblicazione. Tanto più che il titolo originale di Confessioni di un clochard di Vivanco è Dar de qué hablar al hambriento, cioè Dar da parlare agli affamati, gioco di parole in cui l’adagio evangelico assume il significato del disvelamento di quel mondo, appunto, di invisibili che la nostra stessa carità spesso tende a coprire. Dargli da parlare, lasciarli esprimere, è più difficile che dargli da mangiare, perché non è facile ascoltare le parole di questa umanità ferita. Non sarebbe facile di presenza, a causa del lezzo che accompagna costantemente la loro condizione di reietti, ma non è neppure semplice accoglierle mentre la lettura ce le scaglia addosso.

Un romanzo sudamericano figlio dello stile coloniale

In Confessioni di un clochard Vivanco non ci risparmia nessuna delle due esperienze, né quella olfattiva, su cui il romanzo insiste in maniera spietata, né quella del turpiloquio. Anzi, quest’ultimo è nulla rispetto al contenuto delle varie confessioni che si susseguono tra reticenze e desiderio di catarsi, dando voce a una galleria di ferocia, stupri e incesti che lascia boccheggiare più per questo che per il sudiciume che emana dalle pagine. Dimenticatevi del realismo magico di Gabriel García Marquéz o della metafisica suadente di Jorge Luis Borges. Il Sudamerica di Jorge Vivanco è brutale, popolato di sbirri che godono nel torturare e di vittime che non suscitano alcuna simpatia. Ma è qui che sta la sua forza, in una ricchezza linguistica e immaginifica che è debitrice dello stile coloniale di cui Quito è uno degli esempi mondiali meglio conservati, nonché figlia di un meticciato che in Ecuador è la norma.

Quel profumo di violette, nostalgia e zuppa di zucca

C’è un profumo che, tuttavia, si insinua tra i miasmi di cui gli accattoni sembrano fregiarsi quasi fossero altrettanto medaglie. È il profumo, in senso letterale, di violette che proviene dall’eterna sposa Marianita e dal suo vestito bianco che la follia ha mantenuto intatto. Metaforicamente, è anche l’essenza di nostalgia della vecchia Gertrudis Tadeo per un figlio frutto di violenza che neppure lei è sicura di aver partorito. Ma è pure l’ossessione per Dorotea, la vicina che il chitarrista monco Ismael Peñaflor non ha mai incontrato di persona. Della sua esistenza è certo per i ricordi del fumo della cucina, dell’odore di zuppa di zucca e del piatto che gli lasciava sull’uscio di casa. Quando tutto questo scompare, Peñaflor, a cui è dedicato il capitolo più lungo del romanzo, decide di lasciare il piccolo paesino di San José de Minas per andare a cercare Dorotea nella capitale.

La cerco da quando sono arrivato, ma se ha smesso di cantare, come immagino, se ormai non fa più girare il rocchetto né mescola la zuppa nella sua pentola, in che modo la riconoscerò se non sento più nell’aria il passo della buona ombra che ho tanto amato.

Alla ricerca di un’ombra d’amore che salvi dall’utopia

Nel libro di Vivanco anche l’io narrante, il letterato che raccoglie a turno le confidenze dei senza tetto, alla stessa stregua di Peñaflor insegue un’ombra d’amore che lo ha segnato quando studiava all’università e militava in un gruppetto di rivoluzionari. Svanite le velleità di voler cambiare il mondo con le Tesi di Feuerbach, ormai padre di due figlie e marito di una ex compagna che si è «trasformata in sposa», ha deciso di intrufolarsi in questa accozzaglia di derelitti. Spera di ritrovare la fanciulla di un tempo che non ha saputo amare e men che meno difendere. Ma desidera anche conoscere i dettagli dell’esistenza di ciascuno dei personaggi con cui si è ritrovato, suo malgrado, recluso dentro lo stesso androne. Non lo spinge una sorta di curiosità morbosa, quanto piuttosto l’intuizione che dal racconto della loro quotidianità malata possa giungere qualcosa che alla sua sana utopia è sempre mancato.

Jorge Vivanco presenta l’edizione italiana del suo romanzo


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